Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Sono quella che sono

Sono quella che sono
Sono fatta così
Se ho voglia di ridere
Rido come una matta
Amo colui che m'ama
Non è colpa mia
Se non e sempre quello
Per cui faccio follie
Sono quella che sono
Sono fatta così
Che volete ancora
Che volete da me
Son fatta per piacere
Non c'è niente da fare
Troppo alti i miei tacchi
Troppo arcuate le reni
Troppo sodi i miei seni
Troppo truccati gli occhi
E poi
Che ve ne importa a voi
Sono fatta così
Chi mi vuole son qui
Che cosa ve ne importa
Del mio proprio passato
Certo qualcuno ho amato
E qualcuno ha amato me
Come i giovani che s'amano
Sanno semplicemente amare
Amare amare...
Che vale interrogarmi
Sono qui per piacervi
E niente può cambiarmi.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    Il Risorgimento

    Credei ch'al tutto fossero
    In me, sul fior degli anni,
    Mancati i dolci affanni
    Della mia prima età:
    I dolci affanni, i teneri
    Moti del cor profondo,
    Qualunque cosa al mondo
    Grato il sentir ci fa.

    Quante querele e lacrime
    Sparsi nel novo stato,
    Quando al mio cor gelato
    Prima il dolor mancò!
    Mancàr gli usati palpiti,
    L'amor mi venne meno,
    E irrigidito il seno
    Di sospirar cessò!

    Piansi spogliata, esanime
    Fatta per me la vita
    La terra inaridita,
    Chiusa in eterno gel;
    Deserto il dì; la tacita
    Notte più sola e bruna;
    Spenta per me la luna,
    Spente le stelle in ciel.

    Pur di quel pianto origine
    Era l'antico affetto:
    Nell'intimo del petto
    Ancor viveva il cor.
    Chiedea l'usate immagini
    La stanca fantasia;
    E la tristezza mia
    Era dolore ancor.

    Fra poco in me quell'ultimo
    Dolore anco fu spento,
    E di più far lamento
    Valor non mi restò.
    Giacqui: insensato, attonito,
    Non dimandai conforto:
    Quasi perduto e morto,
    Il cor s'abbandonò.

    Qual fui! Quanto dissimile
    Da quel che tanto ardore,
    Che sì beato errore
    Nutrii nell'alma un dì!
    La rondinella vigile,
    Alle finestre intorno
    Cantando al novo giorno,
    Il cor non mi ferì:

    Non all'autunno pallido
    In solitaria villa,
    La vespertina squilla,
    Il fuggitivo Sol.
    Invan brillare il vespero
    Vidi per muto calle,
    Invan sonò la valle
    Del flebile usignol.

    E voi, pupille tenere,
    Sguardi furtivi, erranti,
    Voi dè gentili amanti
    Primo, immortale amor,
    Ed alla mano offertami
    Candida ignuda mano,
    Foste voi pure invano
    Al duro mio sopor.

    D'ogni dolcezza vedovo,
    Tristo; ma non turbato,
    Ma placido il mio stato,
    Il volto era seren.
    Desiderato il termine
    Avrei del viver mio;
    Ma spento era il desio
    Nello spossato sen.

    Qual dell'età decrepita
    L'avanzo ignudo e vile,
    Io conducea l'aprile
    Degli anni miei così:
    Così quegl'ineffabili
    Giorni, o mio cor, traevi,
    Che sì fugaci e brevi
    Il cielo a noi sortì.

    Chi dalla grave, immemore
    Quiete or mi ridesta?
    Che virtù nova è questa,
    Questa che sento in me?
    Moti soavi, immagini,
    Palpiti, error beato,
    Per sempre a voi negato
    Questo mio cor non è?

    Siete pur voi quell'unica
    Luce dè giorni miei?
    Gli affetti ch'io perdei
    Nella novella età?
    Se al ciel, s'ai verdi margini,
    Ovunque il guardo mira,
    Tutto un dolor mi spira,
    Tutto un piacer mi dà.

    Meco ritorna a vivere
    La piaggia, il bosco, il monte;
    Parla al mio core il fonte,
    Meco favella il mar.
    Chi mi ridona il piangere
    Dopo cotanto obblio?
    E come al guardo mio
    Cangiato il mondo appar?

    Forse la speme, o povero
    Mio cor, ti volse un riso?
    Ahi della speme il viso
    Io non vedrò mai più.
    Proprii mi diede i palpiti,
    Natura, e i dolci inganni.
    Sopiro in me gli affanni
    L'ingenita virtù;

    Non l'annullàr: non vinsela
    Il fato e la sventura;
    Non con la vista impura
    L'infausta verità.
    Dalle mie vaghe immagini
    So ben ch'ella discorda:
    So che natura è sorda,
    Che miserar non sa.

    Che non del ben sollecita
    Fu, ma dell'esser solo:
    Purché ci serbi al duolo,
    Or d'altro a lei non cal.
    So che pietà fra gli uomini
    Il misero non trova;
    Che lui, fuggendo, a prova
    Schernisce ogni mortal.

    Che ignora il tristo secolo
    Gl'ingegni e le virtudi;
    Che manca ai degni studi
    L'ignuda gloria ancor.
    E voi, pupille tremule,
    Voi, raggio sovrumano,
    So che splendete invano,
    Che in voi non brilla amor.

    Nessuno ignoto ed intimo
    Affetto in voi non brilla:
    Non chiude una favilla
    Quel bianco petto in sé.
    Anzi d'altrui le tenere
    Cure suol porre in gioco;
    E d'un celeste foco
    Disprezzo è la mercè.

    Pur sento in me rivivere
    Gl'inganni aperti e noti;
    E, dè suoi proprii moti
    Si maraviglia il sen.
    Da te, mio cor, quest'ultimo
    Spirto, e l'ardor natio,
    Ogni conforto mio
    Solo da te mi vien.

    Mancano, il sento, all'anima
    Alta, gentile e pura,
    La sorte, la natura,
    Il mondo e la beltà.
    Ma se tu vivi, o misero,
    Se non concedi al fato,
    Non chiamerò spietato
    Chi lo spirar mi dà.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      A un vincitore nel pallone

      Di gloria il viso e la gioconda voce,
      Garzon bennato, apprendi,
      E quanto al femminile ozio sovrasti
      La sudata virtude. Attendi attendi,
      Magnanimo campion (s'alla veloce
      Piena degli anni il tuo valor contrasti
      La spoglia di tuo nome), attendi e il core
      Movi ad alto desio. Te l'echeggiante
      Arena e il circo, e te fremendo appella
      Ai fatti illustri il popolar favore;
      Te rigoglioso dell'età novella
      Oggi la patria cara
      Gli antichi esempi a rinnovar prepara.
      Del barbarico sangue in Maratona
      Non colorò la destra
      Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
      Che stupido mirò l'ardua palestra,
      Né la palma beata e la corona
      D'emula brama il punse. E nell'Alfeo
      Forse le chiome polverose e i fianchi
      Delle cavalle vincitrici asterse
      Tal che le greche insegne e il greco acciaro
      Guidò dè Medi fuggitivi e stanchi
      Nelle pallide torme; onde sonaro
      Di sconsolato grido
      L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.
      Vano dirai quel che disserra e scote
      Della virtù nativa
      Le riposte faville? E che del fioco
      Spirto vital negli egri petti avviva
      Il caduco fervor? Le meste rote
      Da poi che Febo instiga, altro che gioco
      Son l'opre dè mortali? Ed è men vano
      Della menzogna il vero? A noi di lieti
      Inganni e di felici ombre soccorse
      Natura stessa: e là dove l'insano
      Costume ai forti errori esca non porse,
      Negli ozi oscuri e nudi
      Mutò la gente i gloriosi studi.
      Tempo forse verrà ch'alle ruine
      Delle italiche moli
      Insultino gli armenti, e che l'aratro
      Sentano i sette colli; e pochi Soli
      Forse fien volti, e le città latine
      Abiterà la cauta volpe, e l'atro
      Bosco mormorerà fra le alte mura;
      Se la funesta delle patrie cose
      Obblivion dalle perverse menti
      Non isgombrano i fati, e la matura
      Clade non torce dalle abbiette genti
      Il ciel fatto cortese
      Dal rimembrar delle passate imprese.
      Alla patria infelice, o buon garzone,
      Sopravviver ti doglia.
      Chiaro per lei stato saresti allora
      Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,
      Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
      Che nullo di tal madre oggi s'onora:
      Ma per te stesso al polo ergi la mente.
      Nostra vita a che val? Solo a spregiarla:
      Beata allor che nè perigli avvolta,
      Se stessa obblia, né delle putri e lente
      Ore il danno misura e il flutto ascolta;
      Beata allor che il piede
      Spinto al varco leteo, più grata riede.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        All'Italia

        O patria mia, vedo le mura e gli archi
        E le colonne e i simulacri e l'erme
        Torri degli avi nostri,
        Ma la la gloria non vedo,
        Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi
        I nostri padri antichi. Or fatta inerme
        Nuda la fronte e nudo il petto mostri,
        Oimè quante ferite,
        Che lívidor, che sangue! Oh qual ti veggio,
        Formesissima donna!
        Io chiedo al cielo e al mondo: dite dite;
        Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
        Che di catene ha carche ambe le braccia,
        Sì che sparte le chiome e senza velo
        Siede in terra negletta e sconsolata,
        Nascondendo la faccia
        Tra le ginocchia, e piange.
        Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
        Le genti a vincer nata
        E nella fausta sorte e nella ria.
        Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
        Mai non potrebbe il pianto
        Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
        Che fosti donna, or sei povera ancella.
        Chi di te parla o scrive,
        Che, rimembrando il tuo passato vanto,
        Non dica: già fu grande, or non è quella?
        Perché, perché? Dov'è la forza antica?
        Dove l'armi e il valore e la costanza?
        Chi ti discinse il brando?
        Chi ti tradì? Qual arte o qual fatica
        0 qual tanta possanza,
        Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?
        Come cadesti o quando
        Da tanta altezza in così basso loco?
        Nessun pugna per te? Non ti difende
        Nessun dè tuoi? L'armi, qua l'armi: ío solo
        Combatterà, procomberò sol io.
        Dammi, o ciel, che sia foco
        Agl'italici petti il sangue mio.
        Dove sono i tuoi figli?. Odo suon d'armi
        E di carri e di voci e di timballi
        In estranie contrade
        Pugnano i tuoi figliuoli.
        Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
        Un fluttuar di fanti e di cavalli,
        E fumo e polve, e luccicar di spade
        Come tra nebbia lampi.
        Nè ti conforti e i tremebondi lumi
        Piegar non soffri al dubitoso evento?
        A che pugna in quei campi
        L'itata gioventude? 0 numi, o numi
        Pugnan per altra terra itali acciari.
        Oh misero colui che in guerra è spento,
        Non per li patrii lidi e per la pia
        Consorte e i figli cari, Ma da nemici altrui
        Per altra gente, e non può dir morendo
        Alma terra natia,
        La vita che mi desti ecco ti rendo.
        Oh venturose e care e benedette
        L'antiche età, che a morte
        Per la patria correan le genti a squadre
        E voi sempre onorate e gloriose,
        0 tessaliche strette,
        Dove la Persia e il fato assai men forte
        Fu di poch'alme franche e generose!
        Lo credo che le piante e i sassi e l'onda
        E le montagne vostre al passeggere
        Con indistinta voce
        Narrin siccome tutta quella sponda
        Coprir le invitte schiere
        Dè corpi ch'alla Grecia eran devoti.
        Allor, vile e feroce,
        Serse per l'Ellesponto si fuggia,
        Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
        E sul colle d'Antela, ove morendo
        Si sottrasse da morte il santo stuolo,
        Simonide salia,
        Guardando l'etra e la marina e il suolo.
        E di lacrime sparso ambe le guance,
        E il petto ansante, e vacillante il piede,
        Toglicasi in man la lira:
        Beatissimi voi,
        Ch'offriste il petto alle nemiche lance
        Per amor di costei ch'al Sol vi diede;
        Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira
        Nell'armi e nè perigli
        Qual tanto amor le giovanette menti,
        Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?
        Come si lieta, o figli,
        L'ora estrema vi parve, onde ridenti
        Correste al passo lacrimoso e, duro?
        Parea ch'a danza e non a morte andasse
        Ciascun dè vostri, o a splendido convito:
        Ma v'attendea lo scuro
        Tartaro, e l'ond'a morta;
        Nè le spose vi foro o i figli accanto
        Quando su l'aspro lito
        Senza baci moriste e senza pianto.
        Ma non senza dè Persi orrida pena
        Ed immortale angoscia.
        Come lion di tori entro una mandra
        Or salta a quello in tergo e sì gli scava
        Con le zanne la schiena,
        Or questo fianco addenta or quella coscia;
        Tal fra le Perse torme infuriava
        L'ira dè greci petti e la virtute.
        Vè cavalli supini e cavalieri;
        Vedi intralciare ai vinti
        La fuga i carri e le tende cadute,
        E correr frà primieri
        Pallido e scapigliato esso tiranno;
        vè come infusi e tintí
        Del barbarico sangue i greci eroi,
        Cagione ai Persi d'infinito affanno,
        A poco a poco vinti dalle piaghe,
        L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:
        Beatissimi voi
        Mentre nel mondo si favelli o scriva.
        Prima divelte, in mar precipitando,
        Spente nell'imo strideran le stelle,
        Che la memoria e il vostro
        Amor trascorra o scemi.
        La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando
        Verran le madri ai parvoli le belle
        Orme dei vostro sangue. Ecco io mi prostro,
        0 benedetti, al suolo,
        E bacio questi sassi e queste zolle,
        Che fien lodate e chiare eternamente
        Dall'uno all'altro polo.
        Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle
        Fosse del sangue mio quest'alma terra.
        Che se il fato è diverso, e non consente
        Ch'io per la Grecia i mororibondi lumi
        Chiuda prostrato in guerra,
        Così la vereconda
        Fama del vostro vate appo i futuri
        Possa, volendo i numi,
        Tanto durar quanto la, vostra duri.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Le ricordanze

          Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
          Tornare ancor per uso a contemplarvi
          Sul paterno giardino scintillanti,
          E ragionar con voi dalle finestre
          Di questo albergo ove abitai fanciullo,
          E delle gioie mie vidi la fine.
          Quante immagini un tempo, e quante fole
          Creommi nel pensier l'aspetto vostro
          E delle luci a voi compagne! Allora
          Che, tacito, seduto in verde zolla,
          Delle sere io solea passar gran parte
          Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
          Della rana rimota alla campagna!
          E la lucciola errava appo le siepi
          E in su l'aiuole, susurrando al vento
          I viali odorati, ed i cipressi
          Là nella selva; e sotto al patrio tetto
          Sonavan voci alterne, e le tranquille
          Opre dè servi. E che pensieri immensi,
          Che dolci sogni mi spirò la vista
          Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
          Che di qua scopro, e che varcare un giorno
          Io mi pensava, arcani mondi, arcana
          Felicità fingendo al viver mio!
          Ignaro del mio fato, e quante volte
          Questa mia vita dolorosa e nuda
          Volentier con la morte avrei cangiato.
          Né mi diceva il cor che l'età verde
          Sarei dannato a consumare in questo
          Natio borgo selvaggio, intra una gente
          Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso
          Argomento di riso e di trastullo,
          Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,
          Per invidia non già, che non mi tiene
          Maggior di sé, ma perché tale estima
          Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori
          A persona giammai non ne fo segno.
          Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,
          Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza
          Tra lo stuol dè malevoli divengo:
          Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,
          E sprezzator degli uomini mi rendo,
          Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola
          Il caro tempo giovanil; più caro
          Che la fama e l'allor, più che la pura
          Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo
          Senza un diletto, inutilmente, in questo
          Soggiorno disumano, intra gli affanni,
          O dell'arida vita unico fiore.
          Viene il vento recando il suon dell'ora
          Dalla torre del borgo. Era conforto
          Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,
          Quando fanciullo, nella buia stanza,
          Per assidui terrori io vigilava,
          Sospirando il mattin. Qui non è cosa
          Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro
          Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.
          Dolce per sé; ma con dolor sottentra
          Il pensier del presente, un van desio
          Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.
          Quella loggia colà, volta agli estremi
          Raggi del dì; queste dipinte mura,
          Quei figurati armenti, e il Sol che nasce
          Su romita campagna, agli ozi miei
          Porser mille diletti allor che al fianco
          M'era, parlando, il mio possente errore
          Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,
          Al chiaror delle nevi, intorno a queste
          Ampie finestre sibilando il vento,
          Rimbombaro i sollazzi e le festose
          Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno
          Mistero delle cose a noi si mostra
          Pien di dolcezza; indelibata, intera
          Il garzoncel, come inesperto amante,
          La sua vita ingannevole vagheggia,
          E celeste beltà fingendo ammira.
          O speranze, speranze; ameni inganni
          Della mia prima età! Sempre, parlando,
          Ritorno a voi; che per andar di tempo,
          Per variar d'affetti e di pensieri,
          Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,
          Son la gloria e l'onor; diletti e beni
          Mero desio; non ha la vita un frutto,
          Inutile miseria. E sebben vòti
          Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro
          Il mio stato mortal, poco mi toglie
          La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta
          A voi ripenso, o mie speranze antiche,
          Ed a quel caro immaginar mio primo;
          Indi riguardo il viver mio sì vile
          E sì dolente, e che la morte è quello
          Che di cotanta speme oggi m'avanza;
          Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto
          Consolarmi non so del mio destino.
          E quando pur questa invocata morte
          Sarammi allato, e sarà giunto il fine
          Della sventura mia; quando la terra
          Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo
          Fuggirà l'avvenir; di voi per certo
          Risovverrammi; e quell'imago ancora
          Sospirar mi farà, farammi acerbo
          L'esser vissuto indarno, e la dolcezza
          Del dì fatal tempererà d'affanno.
          E già nel primo giovanil tumulto
          Di contenti, d'angosce e di desio,
          Morte chiamai più volte, e lungamente
          Mi sedetti colà su la fontana
          Pensoso di cessar dentro quell'acque
          La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco
          Malor, condotto della vita in forse,
          Piansi la bella giovanezza, e il fiore
          Dè miei poveri dì, che sì per tempo
          Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso
          Sul conscio letto, dolorosamente
          Alla fioca lucerna poetando,
          Lamentai cò silenzi e con la notte
          Il fuggitivo spirto, ed a me stesso
          In sul languir cantai funereo canto.
          Chi rimembrar vi può senza sospiri,
          O primo entrar di giovinezza, o giorni
          Vezzosi, inenarrabili, allor quando
          Al rapito mortal primieramente
          Sorridon le donzelle; a gara intorno
          Ogni cosa sorride; invidia tace,
          Non desta ancora ovver benigna; e quasi
          (Inusitata maraviglia! ) il mondo
          La destra soccorrevole gli porge,
          Scusa gli errori suoi, festeggia il novo
          Suo venir nella vita, ed inchinando
          Mostra che per signor l'accolga e chiami?
          Fugaci giorni! A somigliar d'un lampo
          Son dileguati. E qual mortale ignaro
          Di sventura esser può, se a lui già scorsa
          Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,
          Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?
          O Nerina! E di te forse non odo
          Questi luoghi parlar? Caduta forse
          Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,
          Che qui sola di te la ricordanza
          Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede
          Questa Terra natal: quella finestra,
          Ond'eri usata favellarmi, ed onde
          Mesto riluce delle stelle il raggio,
          È deserta. Ove sei, che più non odo
          La tua voce sonar, siccome un giorno,
          Quando soleva ogni lontano accento
          Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto
          Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi
          Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri
          Il passar per la terra oggi è sortito,
          E l'abitar questi odorati colli.
          Ma rapida passasti; e come un sogno
          Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte
          La gioia ti splendea, splendea negli occhi
          Quel confidente immaginar, quel lume
          Di gioventù, quando spegneali il fato,
          E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna
          L'antico amor. Se a feste anco talvolta,
          Se a radunanze io movo, infra me stesso
          Dico: o Nerina, a radunanze, a feste
          Tu non ti acconci più, tu più non movi.
          Se torna maggio, e ramoscelli e suoni
          Van gli amanti recando alle fanciulle,
          Dico: Nerina mia, per te non torna
          Primavera giammai, non torna amore.
          Ogni giorno sereno, ogni fiorita
          Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,
          Dico: Nerina or più non gode; i campi,
          L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno
          Sospiro mio: passasti: e fia compagna
          D'ogni mio vago immaginar, di tutti
          I miei teneri sensi, i tristi e cari
          Moti del cor, la rimembranza acerba.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            La sera del dì di festa

            Dolce e chiara è la notte e senza vento,
            E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
            Posa la luna, e di lontan rivela
            Serena ogni montagna. O donna mia,
            Già tace ogni sentiero, e pei balconi
            Rara traluce la notturna lampa:
            Tu dormi, che t'accolse agevol sonno
            Nelle tue chete stanze; e non ti morde
            Cura nessuna; e già non sai né pensi
            Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.
            Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
            Appare in vista, a salutar m'affaccio,
            E l'antica natura onnipossente,
            Che mi fece all'affanno. A te la speme
            Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro
            Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
            Questo dì fu solenne: or dà trastulli
            Prendi riposo; e forse ti rimembra
            In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
            Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,
            Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
            Quanto a viver mi resti, e qui per terra
            Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
            In così verde etate! Ahi, per la via
            Odo non lunge il solitario canto
            Dell'artigian, che riede a tarda notte,
            Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
            E fieramente mi si stringe il core,
            A pensar come tutto al mondo passa,
            E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
            Il dì festivo, ed al festivo il giorno
            Volgar succede, e se ne porta il tempo
            Ogni umano accidente. Or dov'è il suono
            Di què popoli antichi? Or dov'è il grido
            Dè nostri avi famosi, e il grande impero
            Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio
            Che n'andò per la terra e l'oceano?
            Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
            Il mondo, e più di lor non si ragiona.
            Nella mia prima età, quando s'aspetta
            Bramosamente il dì festivo, or poscia
            Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,
            Premea le piume; ed alla tarda notte
            Un canto che s'udia per li sentieri
            Lontanando morire a poco a poco,
            Già similmente mi stringeva il core.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              L'ultimo canto di Saffo

              Placida notte, e verecondo raggio
              Della cadente luna; e tu che spunti
              Fra la tacita selva in su la rupe,
              Nunzio del giorno; oh dilettose e care
              Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
              Sembianze agli occhi miei; già non arride
              Spettacol molle ai disperati affetti.
              Noi l'insueto allor gaudio ravviva
              Quando per l'etra liquido si volve
              E per li campi trepidanti il flutto
              Polveroso dè Noti, e quando il carro,
              Grave carro di Giove a noi sul capo,
              Tonando, il tenebroso aere divide.
              Noi per le balze e le profonde valli
              Natar giova trà nembi, e noi la vasta
              Fuga dè greggi sbigottiti, o d'alto
              Fiume alla dubbia sponda
              Il suono e la vittrice ira dell'onda.
              Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
              Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
              Infinita beltà parte nessuna
              Alla misera Saffo i numi e l'empia
              Sorte non fenno. À tuoi superbi regni
              Vile, o natura, e grave ospite addetta,
              E dispregiata amante, alle vezzose
              Tue forme il core e le pupille invano
              Supplichevole intendo. A me non ride
              L'aprico margo, e dall'eterea porta
              Il mattutino albor; me non il canto
              Dè colorati augelli, e non dè faggi
              Il murmure saluta: e dove all'ombra
              Degl'inchinati salici dispiega
              Candido rivo il puro seno, al mio
              Lubrico piè le flessuose linfe
              Disdegnando sottragge,
              E preme in fuga l'odorate spiagge.
              Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
              Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
              Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
              In che peccai bambina, allor che ignara
              Di misfatto è la vita, onde poi scemo
              Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
              Dell'indomita Parca si volvesse
              Il ferrigno mio stame? Incaute voci
              Spande il tuo labbro: i destinati eventi
              Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
              Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
              Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
              Dè celesti si posa. Oh cure, oh speme
              Dè più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
              Alle amene sembianze eterno regno
              Diè nelle genti; e per virili imprese,
              Per dotta lira o canto,
              Virtù non luce in disadorno ammanto.
              Morremo. Il velo indegno a terra sparto
              Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
              E il crudo fallo emenderà del cieco
              Dispensator dè casi. E tu cui lungo
              Amore indarno, e lunga fede, e vano
              D'implacato desio furor mi strinse,
              Vivi felice, se felice in terra
              Visse nato mortal. Me non asperse
              Del soave licor del doglio avaro
              Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno
              Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
              Giorno di nostra età primo s'invola.
              Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
              Della gelida morte. Ecco di tante
              Sperate palme e dilettosi errori,
              Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
              Han la tenaria Diva,
              E l'atra notte, e la silente riva.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Canto notturno di un pastore errante dell'Asia

                Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai,
                Silenziosa luna?
                Sorgi la sera, e vai,
                Contemplando i deserti; indi ti posi.
                Ancor non sei tu paga
                Di riandare i sempiterni calli?
                Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga
                Di mirar queste valli?
                Somiglia alla tua vita
                La vita del pastore.
                Sorge in sul primo albore;
                Move la greggia oltre pel campo, e vede
                Greggi, fontane ed erbe;
                Poi stanco si riposa in su la sera:
                Altro mai non ispera.
                Dimmi, o luna: a che vale
                Al pastor la sua vita,
                La vostra vita a voi? Dimmi: ove tende
                Questo vagar mio breve,
                Il tuo corso immortale?
                Vecchierel bianco, infermo,
                Mezzo vestito e scalzo,
                Con gravissimo fascio in su le spalle,
                Per montagna e per valle,
                Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,
                Al vento, alla tempesta, e quando avvampa
                L'ora, e quando poi gela,
                Corre via, corre, anela,
                Varca torrenti e stagni,
                Cade, risorge, e più e più s'affretta,
                Senza posa o ristoro,
                Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva
                Colà dove la via
                E dove il tanto affaticar fu volto:
                Abisso orrido, immenso,
                Ov'ei precipitando, il tutto obblia.
                Vergine luna, tale
                È la vita mortale.
                Nasce l'uomo a fatica,
                Ed è rischio di morte il nascimento.
                Prova pena e tormento
                Per prima cosa; e in sul principio stesso
                La madre e il genitore
                Il prende a consolar dell'esser nato.
                Poi che crescendo viene,
                L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre
                Con atti e con parole
                Studiasi fargli core,
                E consolarlo dell'umano stato:
                Altro ufficio più grato
                Non si fa da parenti alla lor prole.
                Ma perché dare al sole,
                Perché reggere in vita
                Chi poi di quella consolar convenga?
                Se la vita è sventura
                Perché da noi si dura?
                Intatta luna, tale
                È lo stato mortale.
                Ma tu mortal non sei,
                E forse del mio dir poco ti cale.
                Pur tu, solinga, eterna peregrina,
                Che sì pensosa sei, tu forse intendi,
                Questo viver terreno,
                Il patir nostro, il sospirar, che sia;
                Che sia questo morir, questo supremo
                Scolorar del sembiante,
                E perir dalla terra, e venir meno
                Ad ogni usata, amante compagnia.
                E tu certo comprendi
                Il perché delle cose, e vedi il frutto
                Del mattin, della sera,
                Del tacito, infinito andar del tempo.
                Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore
                Rida la primavera,
                A chi giovi l'ardore, e che procacci
                Il verno cò suoi ghiacci.
                Mille cose sai tu, mille discopri,
                Che son celate al semplice pastore.
                Spesso quand'io ti miro
                Star così muta in sul deserto piano,
                Che, in suo giro lontano, al ciel confina;
                Ovver con la mia greggia
                Seguirmi viaggiando a mano a mano;
                E quando miro in cielo arder le stelle;
                Dico fra me pensando:
                A che tante facelle?
                Che fa l'aria infinita, e quel profondo
                Infinito seren? Che vuol dir questa
                Solitudine immensa? Ed io che sono?
                Così meco ragiono: e della stanza
                Smisurata e superba,
                E dell'innumerabile famiglia;
                Poi di tanto adoprar, di tanti moti
                D'ogni celeste, ogni terrena cosa,
                Girando senza posa,
                Per tornar sempre là donde son mosse;
                Uso alcuno, alcun frutto
                Indovinar non so. Ma tu per certo,
                Giovinetta immortal, conosci il tutto.
                Questo io conosco e sento,
                Che degli eterni giri,
                Che dell'esser mio frale,
                Qualche bene o contento
                Avrà fors'altri; a me la vita è male.
                O greggia mia che posi, oh te beata,
                Che la miseria tua, credo, non sai!
                Quanta invidia ti porto!
                Non sol perché d'affanno
                Quasi libera vai;
                Ch'ogni stento, ogni danno,
                Ogni estremo timor subito scordi;
                Ma più perché giammai tedio non provi.
                Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,
                Tu sè queta e contenta;
                E gran parte dell'anno
                Senza noia consumi in quello stato.
                Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,
                E un fastidio m'ingombra
                La mente, ed uno spron quasi mi punge
                Sì che, sedendo, più che mai son lunge
                Da trovar pace o loco.
                E pur nulla non bramo,
                E non ho fino a qui cagion di pianto.
                Quel che tu goda o quanto,
                Non so già dir; ma fortunata sei.
                Ed io godo ancor poco,
                O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.
                Se tu parlar sapessi, io chiederei:
                Dimmi: perché giacendo
                A bell'agio, ozioso,
                S'appaga ogni animale;
                Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?
                Forse s'avess'io l'ale
                Da volar su le nubi,
                E noverar le stelle ad una ad una,
                O come il tuono errar di giogo in giogo,
                Più felice sarei, dolce mia greggia,
                Più felice sarei, candida luna.
                O forse erra dal vero,
                Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:
                Forse in qual forma, in quale
                Stato che sia, dentro covile o cuna,
                È funesto a chi nasce il dì natale.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  La vita solitaria

                  La mattutina pioggia, allor che l'ale
                  Battendo esulta nella chiusa stanza
                  La gallinella, ed al balcon s'affaccia
                  L'abitator dè campi, e il Sol che nasce
                  I suoi tremuli rai fra le cadenti
                  Stille saetta, alla capanna mia
                  Dolcemente picchiando, mi risveglia;
                  E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo
                  Degli augelli susurro, e l'aura fresca,
                  E le ridenti piagge benedico:
                  Poiché voi, cittadine infauste mura,
                  Vidi e conobbi assai, là dove segue
                  Odio al dolor compagno; e doloroso
                  Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna
                  Benché scarsa pietà pur mi dimostra
                  Natura in questi lochi, un giorno oh quanto
                  Verso me più cortese! E tu pur volgi
                  Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando
                  Le sciagure e gli affanni, alla reina
                  Felicità servi, o natura. In cielo,
                  In terra amico agl'infelici alcuno
                  E rifugio non resta altro che il ferro.
                  Talor m'assido in solitaria parte,
                  Sovra un rialto, al margine d'un lago
                  Di taciturne piante incoronato.
                  Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,
                  La sua tranquilla imago il Sol dipinge,
                  Ed erba o foglia non si crolla al vento,
                  E non onda incresparsi, e non cicala
                  Strider, né batter penna augello in ramo,
                  Né farfalla ronzar, né voce o moto
                  Da presso né da lunge odi né vedi.
                  Tien quelle rive altissima quiete;
                  Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio
                  Sedendo immoto; e già mi par che sciolte
                  Giaccian le membra mie, né spirto o senso
                  Più le commova, e lor quiete antica
                  Cò silenzi del loco si confonda.
                  Amore, amore, assai lungi volasti
                  Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,
                  Anzi rovente. Con sua fredda mano
                  Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto
                  Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo
                  Che mi scendesti in seno. Era quel dolce
                  E irrevocabil tempo, allor che s'apre
                  Al guardo giovanil questa infelice
                  Scena del mondo, e gli sorride in vista
                  Di paradiso. Al garzoncello il core
                  Di vergine speranza e di desio
                  Balza nel petto; e già s'accinge all'opra
                  Di questa vita come a danza o gioco
                  Il misero mortal. Ma non sì tosto,
                  Amor, di te m'accorsi, e il viver mio
                  Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi
                  Non altro convenia che il pianger sempre.
                  Pur se talvolta per le piagge apriche,
                  Su la tacita aurora o quando al sole
                  Brillano i tetti e i poggi e le campagne,
                  Scontro di vaga donzelletta il viso;
                  O qualor nella placida quiete
                  D'estiva notte, il vagabondo passo
                  Di rincontro alle ville soffermando,
                  L'erma terra contemplo, e di fanciulla
                  Che all'opre di sua man la notte aggiunge
                  Odo sonar nelle romite stanze
                  L'arguto canto; a palpitar si move
                  Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna
                  Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano
                  Ogni moto soave al petto mio.
                  O cara luna, al cui tranquillo raggio
                  Danzan le lepri nelle selve; e duolsi
                  Alla mattina il cacciator, che trova
                  L'orme intricate e false, e dai covili
                  Error vario lo svia; salve, o benigna
                  Delle notti reina. Infesto scende
                  Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro
                  A deserti edifici, in su l'acciaro
                  Del pallido ladron ch'a teso orecchio
                  Il fragor delle rote e dè cavalli
                  Da lungi osserva o il calpestio dè piedi
                  Su la tacita via; poscia improvviso
                  Col suon dell'armi e con la rauca voce
                  E col funereo ceffo il core agghiaccia
                  Al passegger, cui semivivo e nudo
                  Lascia in breve trà sassi. Infesto occorre
                  Per le contrade cittadine il bianco
                  Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi
                  Va radendo le mura e la secreta
                  Ombra seguendo, e resta, e si spaura
                  Delle ardenti lucerne e degli aperti
                  Balconi. Infesto alle malvage menti,
                  A me sempre benigno il tuo cospetto
                  Sarà per queste piagge, ove non altro
                  Che lieti colli e spaziosi campi
                  M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,
                  Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso
                  Raggio accusar negli abitati lochi,
                  Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando
                  Scopriva umani aspetti al guardo mio.
                  Or sempre loderollo, o ch'io ti miri
                  Veleggiar tra le nubi, o che serena
                  Dominatrice dell'etereo campo,
                  Questa flebil riguardi umana sede.
                  Me spesso rivedrai solingo e muto
                  Errar pè boschi e per le verdi rive,
                  O seder sovra l'erbe, assai contento
                  Se core e lena a sospirar m'avanza.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    La ginestra

                    Qui su l'arida schiena
                    Del formidabil monte
                    Sterminator Vesevo,
                    La qual null'altro allegra arbor né fiore,
                    Tuoi cespi solitari intorno spargi,
                    Odorata ginestra,
                    Contenta dei deserti. Anco ti vidi
                    Dè tuoi steli abbellir l'erme contrade
                    Che cingon la cittade
                    La qual fu donna dè mortali un tempo,
                    E del perduto impero
                    Par che col grave e taciturno aspetto
                    Faccian fede e ricordo al passeggero.
                    Or ti riveggo in questo suol, di tristi
                    Lochi e dal mondo abbandonati amante,
                    E d'afflitte fortune ognor compagna.
                    Questi campi cosparsi
                    Di ceneri infeconde, e ricoperti
                    Dell'impietrata lava,
                    Che sotto i passi al peregrin risona;
                    Dove s'annida e si contorce al sole
                    La serpe, e dove al noto
                    Cavernoso covil torna il coniglio;
                    Fur liete ville e colti,
                    E biondeggiàr di spiche, e risonaro
                    Di muggito d'armenti;
                    Fur giardini e palagi,
                    Agli ozi dè potenti
                    Gradito ospizio; e fur città famose
                    Che coi torrenti suoi l'altero monte
                    Dall'ignea bocca fulminando oppresse
                    Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
                    Una ruina involve,
                    Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
                    I danni altrui commiserando, al cielo
                    Di dolcissimo odor mandi un profumo,
                    Che il deserto consola. A queste piagge
                    Venga colui che d'esaltar con lode
                    Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
                    È il gener nostro in cura
                    All'amante natura. E la possanza
                    Qui con giusta misura
                    Anco estimar potrà dell'uman seme,
                    Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,
                    Con lieve moto in un momento annulla
                    In parte, e può con moti
                    Poco men lievi ancor subitamente
                    Annichilare in tutto.
                    Dipinte in queste rive
                    Son dell'umana gente
                    Le magnifiche sorti e progressive .
                    Qui mira e qui ti specchia,
                    Secol superbo e sciocco,
                    Che il calle insino allora
                    Dal risorto pensier segnato innanti
                    Abbandonasti, e volti addietro i passi,
                    Del ritornar ti vanti,
                    E procedere il chiami.
                    Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,
                    Di cui lor sorte rea padre ti fece,
                    Vanno adulando, ancora
                    Ch'a ludibrio talora
                    T'abbian fra sé. Non io
                    Con tal vergogna scenderò sotterra;
                    Ma il disprezzo piuttosto che si serra
                    Di te nel petto mio,
                    Mostrato avrò quanto si possa aperto:
                    Ben ch'io sappia che obblio
                    Preme chi troppo all'età propria increbbe.
                    Di questo mal, che teco
                    Mi fia comune, assai finor mi rido.
                    Libertà vai sognando, e servo a un tempo
                    Vuoi di novo il pensiero,
                    Sol per cui risorgemmo
                    Della barbarie in parte, e per cui solo
                    Si cresce in civiltà, che sola in meglio
                    Guida i pubblici fati.
                    Così ti spiacque il vero
                    Dell'aspra sorte e del depresso loco
                    Che natura ci diè. Per questo il tergo
                    Vigliaccamente rivolgesti al lume
                    Che il fè palese: e, fuggitivo, appelli
                    Vil chi lui segue, e solo
                    Magnanimo colui
                    Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
                    Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
                    Uom di povero stato e membra inferme
                    Che sia dell'alma generoso ed alto,
                    Non chiama sé né stima
                    Ricco d'or né gagliardo,
                    E di splendida vita o di valente
                    Persona infra la gente
                    Non fa risibil mostra;
                    Ma sé di forza e di tesor mendico
                    Lascia parer senza vergogna, e noma
                    Parlando, apertamente, e di sue cose
                    Fa stima al vero uguale.
                    Magnanimo animale
                    Non credo io già, ma stolto,
                    Quel che nato a perir, nutrito in pene,
                    Dice, a goder son fatto,
                    E di fetido orgoglio
                    Empie le carte, eccelsi fati e nove
                    Felicità, quali il ciel tutto ignora,
                    Non pur quest'orbe, promettendo in terra
                    A popoli che un'onda
                    Di mar commosso, un fiato
                    D'aura maligna, un sotterraneo crollo
                    Distrugge sì, che avanza
                    A gran pena di lor la rimembranza.
                    Nobil natura è quella
                    Che a sollevar s'ardisce
                    Gli occhi mortali incontra
                    Al comun fato, e che con franca lingua,
                    Nulla al ver detraendo,
                    Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
                    E il basso stato e frale;
                    Quella che grande e forte
                    Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire
                    Fraterne, ancor più gravi
                    D'ogni altro danno, accresce
                    Alle miserie sue, l'uomo incolpando
                    Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
                    Che veramente è rea, che dè mortali
                    Madre è di parto e di voler matrigna.
                    Costei chiama inimica; e incontro a questa
                    Congiunta esser pensando,
                    Siccome è il vero, ed ordinata in pria
                    L'umana compagnia,
                    Tutti fra sé confederati estima
                    Gli uomini, e tutti abbraccia
                    Con vero amor, porgendo
                    Valida e pronta ed aspettando aita
                    Negli alterni perigli e nelle angosce
                    Della guerra comune. Ed alle offese
                    Dell'uomo armar la destra, e laccio porre
                    Al vicino ed inciampo,
                    Stolto crede così qual fora in campo
                    Cinto d'oste contraria, in sul più vivo
                    Incalzar degli assalti,
                    Gl'inimici obbliando, acerbe gare
                    Imprender con gli amici,
                    E sparger fuga e fulminar col brando
                    Infra i propri guerrieri.
                    Così fatti pensieri
                    Quando fien, come fur, palesi al volgo,
                    E quell'orror che primo
                    Contra l'empia natura
                    Strinse i mortali in social catena,
                    Fia ricondotto in parte
                    Da verace saper, l'onesto e il retto
                    Conversar cittadino,
                    E giustizia e pietade, altra radice
                    Avranno allor che non superbe fole,
                    Ove fondata probità del volgo
                    Così star suole in piede
                    Quale star può quel ch'ha in error la sede.
                    Sovente in queste rive,
                    Che, desolate, a bruno
                    Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
                    Seggo la notte; e su la mesta landa
                    In purissimo azzurro
                    Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,
                    Cui di lontan fa specchio
                    Il mare, e tutto di scintille in giro
                    Per lo vòto seren brillare il mondo.
                    E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
                    Ch'a lor sembrano un punto,
                    E sono immense, in guisa
                    Che un punto a petto a lor son terra e mare
                    Veracemente; a cui
                    L'uomo non pur, ma questo
                    Globo ove l'uomo è nulla,
                    Sconosciuto è del tutto; e quando miro
                    Quegli ancor più senz'alcun fin remoti
                    Nodi quasi di stelle,
                    Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo
                    E non la terra sol, ma tutte in uno,
                    Del numero infinite e della mole,
                    Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle
                    O sono ignote, o così paion come
                    Essi alla terra, un punto
                    Di luce nebulosa; al pensier mio
                    Che sembri allora, o prole
                    Dell'uomo? E rimembrando
                    Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
                    Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,
                    Che te signora e fine
                    Credi tu data al Tutto, e quante volte
                    Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
                    Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
                    Per tua cagion, dell'universe cose
                    Scender gli autori, e conversar sovente
                    Cò tuoi piacevolmente, e che i derisi
                    Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
                    Fin la presente età, che in conoscenza
                    Ed in civil costume
                    Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
                    Mortal prole infelice, o qual pensiero
                    Verso te finalmente il cor m'assale?
                    Non so se il riso o la pietà prevale.
                    Come d'arbor cadendo un picciol pomo,
                    Cui là nel tardo autunno
                    Maturità senz'altra forza atterra,
                    D'un popol di formiche i dolci alberghi,
                    Cavati in molle gleba
                    Con gran lavoro, e l'opre
                    E le ricchezze che adunate a prova
                    Con lungo affaticar l'assidua gente
                    Avea provvidamente al tempo estivo,
                    Schiaccia, diserta e copre
                    In un punto; così d'alto piombando,
                    Dall'utero tonante
                    Scagliata al ciel profondo,
                    Di ceneri e di pomici e di sassi
                    Notte e ruina, infusa
                    Di bollenti ruscelli
                    O pel montano fianco
                    Furiosa tra l'erba
                    Di liquefatti massi
                    E di metalli e d'infocata arena
                    Scendendo immensa piena,
                    Le cittadi che il mar là su l'estremo
                    Lido aspergea, confuse
                    E infranse e ricoperse
                    In pochi istanti: onde su quelle or pasce
                    La capra, e città nove
                    Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello
                    Son le sepolte, e le prostrate mura
                    L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.
                    Non ha natura al seme
                    Dell'uom più stima o cura
                    Che alla formica: e se più rara in quello
                    Che nell'altra è la strage,
                    Non avvien ciò d'altronde
                    Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.
                    Ben mille ed ottocento
                    Anni varcàr poi che spariro, oppressi
                    Dall'ignea forza, i popolati seggi,
                    E il villanello intento
                    Ai vigneti, che a stento in questi campi
                    Nutre la morta zolla e incenerita,
                    Ancor leva lo sguardo
                    Sospettoso alla vetta
                    Fatal, che nulla mai fatta più mite
                    Ancor siede tremenda, ancor minaccia
                    A lui strage ed ai figli ed agli averi
                    Lor poverelli. E spesso
                    Il meschino in sul tetto
                    Dell'ostel villereccio, alla vagante
                    Aura giacendo tutta notte insonne,
                    E balzando più volte, esplora il corso
                    Del temuto bollor, che si riversa
                    Dall'inesausto grembo
                    Su l'arenoso dorso, a cui riluce
                    Di Capri la marina
                    E di Napoli il porto e Mergellina.
                    E se appressar lo vede, o se nel cupo
                    Del domestico pozzo ode mai l'acqua
                    Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
                    Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
                    Di lor cose rapir posson, fuggendo,
                    Vede lontan l'usato
                    Suo nido, e il picciol campo,
                    Che gli fu dalla fame unico schermo,
                    Preda al flutto rovente,
                    Che crepitando giunge, e inesorato
                    Durabilmente sovra quei si spiega.
                    Torna al celeste raggio
                    Dopo l'antica obblivion l'estinta
                    Pompei, come sepolto
                    Scheletro, cui di terra
                    Avarizia o pietà rende all'aperto;
                    E dal deserto foro
                    Diritto infra le file
                    Dei mozzi colonnati il peregrino
                    Lunge contempla il bipartito giogo
                    E la cresta fumante,
                    Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
                    E nell'orror della secreta notte
                    Per li vacui teatri,
                    Per li templi deformi e per le rotte
                    Case, ove i parti il pipistrello asconde,
                    Come sinistra face
                    Che per vòti palagi atra s'aggiri,
                    Corre il baglior della funerea lava,
                    Che di lontan per l'ombre
                    Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
                    Così, dell'uomo ignara e dell'etadi
                    Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno
                    Dopo gli avi i nepoti,
                    Sta natura ognor verde, anzi procede
                    Per sì lungo cammino
                    Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
                    Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
                    E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.
                    E tu, lenta ginestra,
                    Che di selve odorate
                    Queste campagne dispogliate adorni,
                    Anche tu presto alla crudel possanza
                    Soccomberai del sotterraneo foco,
                    Che ritornando al loco
                    Già noto, stenderà l'avaro lembo
                    Su tue molli foreste. E piegherai
                    Sotto il fascio mortal non renitente
                    Il tuo capo innocente:
                    Ma non piegato insino allora indarno
                    Codardamente supplicando innanzi
                    Al futuro oppressor; ma non eretto
                    Con forsennato orgoglio inver le stelle,
                    Né sul deserto, dove
                    E la sede e i natali
                    Non per voler ma per fortuna avesti;
                    Ma più saggia, ma tanto
                    Meno inferma dell'uom, quanto le frali
                    Tue stirpi non credesti
                    O dal fato o da te fatte immortali.
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