Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Il ritratto

O tu, cui gli anni rosei
Sono dai vezzi adorni,
Cui dell'etade arridono
I più beati giorni,
Desii veder l'immagine
Del tuo lontano amico?
Odi i miei versi ingenui,
Chè sempre il ver io dico.
A me, gentile, amabile
Volto non diè natura,
Ma diemmi invece un'anima
Tenera, fida e pura.
E diemmi invece un fervido
Cor, cui non sono ignoti
D'amore e d'amicizia
I più soavi moti.
E diemmi un estro rapido
Che carmi ai labbri inspira,
Per cui non è tra l'ultime
Quest'amorosa lira.
Ma a te, fanciulla ainabile,
Questo non basta, è vero,
Non basta ai guardi cupidi
L'animator pensiero.
Sì, bella amica, a pingermi
Destro verrà pittore,
Ma potrà far che ispirino
Dolce quest'occhi amore?
E le mie guance giovani
Da pelo ancor non tinte,
D'amore con l'ingenuo
Rossor saran distinte?
Saprà ritrar l'effigie
Viva del volto mio
Allor che il seno m'agita
Per te di Pafo il Dio?
E saprà far che dicano,
Tacendo, i labbri miei
Che tu mi piaci, e ch'unica
Dea del mio cor tu sei?
Ah no, nol può! La rodia
Arte à miei carmi cede;
Che amor l'agguaglia e supera
Ella medesma il vede.
Te pinsi, o bella; e il candido
Volto ognor stammi al fianco;
Nè mai, qual te, l'immagine
Mai di mirar son stanco.
Te pinsi; e i labbri, e i lucidi
Lumi, e le trecce bionde;
Lor parlo; e tosto il turgido
Bel labbro tuo risponde.
Di Tejo il vate pingere
Volle la bella amica,
Commise a industre artefice
Sì genïal fatica;
Ma che? Conobbe ei subito
Lei nel dipinto aspetto,
Ma udir non fu possibile
Dai finti labbri un detto.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    A Venere

    E te, leggiadra Venere,
    Te canteremo ancora,
    O Dea, più fresca e rosea
    Della serena Aurora;
    Te, cui le Grazie morbide
    Sieguon coi biondi Amori,
    Te, che tra Giuno e Pallade
    Avesti i primi onori.
    Ma non avrai di giubilo
    Canti, vezzosa Dea;
    Suoni giocosi ed ilari
    La cetra un dì spargea;
    Or già non più: ché scorsero
    Què sì beati giorni,
    Sacri ad amor purissimo,
    Da mutua pace adorni.
    Me di fanciulla instabile
    Arde l'incerta fede;
    Mal possono le lagrime
    Di cui le bagno il piede.
    A te ricorro io supplice,
    O tra la belle bella;
    Almen tu, piega l'anima
    Della mia rea donzella.
    Te di Neera il tenero
    Cantor chiamar solea,
    Quando fra voti flebili
    All'are tue sedea;
    E con fragranti aromati,
    Con fiori al suol, dispersi
    Su la gemente cetera
    A te innalzava i versi.
    L'aitasti, o Dea? Le lagrime
    Tergesti a lui pietosa?
    Tornò per te a quel misero
    La ninfa sua ritrosa?
    Ah no! Tu, Diva idalia,
    Che in ogni dove imperi
    Su l'infelice giovane
    Giravi i lumi alteri.
    Né Adon membrasti, e i gemiti,
    E il ripercosso petto,
    Allor che in sé porgeati
    Dè mali suoi l'aspetto,
    Te pure Amor con l'aureo
    Dardo, te pur ferìo;
    Lo sa il tuo cor medesimo
    Quanto è tiran quel Dio.
    Pianti d'amor sgorgarono
    Dal tuo beante ciglio;
    Eppur, ch'il crede? Piacquero
    Quei pianti al crudo figlio
    Pietà, gran Dea: d'un misero
    aleggia i tristi affanni,
    Che di sua, età più florida
    Consacra a te i begli anni.
    Pietà! - La mesta effigie
    Del volto mio tu mostra,
    Tra le sognate immagini
    A la fanciulla nostra.
    Fà che il suo cor le palpiti
    Con moto non più inteso;
    Fà che di fiamma ingenua
    Sentasi il core acceso.
    Ah! se da quel di porpora
    Labbro suonar io sento,
    T'amo, per me nettareo
    Per me beato accento;
    Sacerdotessa, o Venere,
    Sempre farò che sia
    Attenta ai tuoi misterii
    Questa fanciulla mia.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      I. Alla bellezza.

      O tu, cui dolce imperio
      Sa i cor natura diede,
      Bionda beltà, cui servono
      Tenero Amore e Fede,
           De' versi miei spontanei
      Accetta ingenuo dono,
      Se a te i miei versi piacciono
      Anch'io poeta or sono.
           D'un tuo sorriso roseo
      Irraggia i canti miei,
      Che i tuoi sorrisi beano
      Fin su l'Olimpo i Dei.
           Tu di leggiadra vergine
      Splendi negli occhi vaghi,
      Donde con dardi amabili
      Soavemente impiaghi;
           E tu sul labbro armonico,
      O Dea, vi stai scolpita,
      Che mentre accenti modula
      A sospirare invita.
           Ancelle tue ti sieguono
      Le linde Grazie, e stanno
      TuttE su un braccio latteo
      Con cui tu tessi inganno;
           Inganno tessi; e all'anima
      D'un giovanetto amante
      Rendi più dolce e tenero
      Il vezzo più incostante.
           Ma, o bionda Dea, se furono
      A te miei spirti avvinti,
      Se i miei versi cantarono
      Da' tuoi color dipinti;
           Pietà d'un Vate: al misero
      Gli arde fanciulla il seno;
      Fa' ch'ella sia più stabile,
      O men vezzosa almeno.
           Vola ne' dì purpurei
      Il garzoncel di Flora;
      Vieni, ella dice, o Zefiro,
      In braccio a chi t'adora;
            Vieni.... Ma sordo e celere
      Ei fugge, e non l'ascolta;
      Quando a lui piace è libero,
      E la catena ha sciolta.
           Ahi che pur scioglie il laccio
      Questa tiranna mia;
      Ama; ma impune fuggesi
      D'amor s'ella il desia.
           Lasso! ch'io pur desidero
      Fuggir da' lacci suoi,
      Ma tu, Beltade amabile,
      Tu consentir non vuoi
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Principio del paradiso perduto

        Dell'uom la prima inobbedienza e il frutto
        Dell'arbore vietata, onde l'assaggio
        Diede noi tutti a morte e all'infinite
        Miserie, lungo dal perduto Edenne,
        Finché l'uomo divino alle beate
        Perdute sedi redentor ne assunse,
        Canta, o Musa celeste! E tu in Orebbo,
        E tu del Sinai sul secreto giro
        Già spiravi il pastori che...
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Il mio tempo

          ODE.

          Chi medita fra 'l tacito
          Saggio orrore di grotte,
          E di Giob su le pagine
          Tragge vigile nette,
          E chi in ribrezzo fugge
          Donde la colpa rugge?

               Guai guai! d'ira e giustizia
          Il Lione passeggia,
          Le zampe e i labbri insanguina
          Entro splendida reggia, 10
          E all'universo folle
          Un regicidio estolle.

               Tutto imperversa: ingemina
          Il nitrir de' cavalli,
          Mentre fra bronzi orrisoni
          Rimbombano i timballi,
          E infuriata guerra
          Cittadi sfianca e atterra

               Ma qual candida Vergine
          In puro ammanto ascosa
          Fra gli orrori dell'eremo
          In grembo a Dio riposa,
          E il volto ingenuo copre
          Rimpetto a orribil opre!

               Vien meco, o Eletta, a piangere
          Il soqquadrato mondo,
          Ch'ode gli eterei fulmini,
          E corre furibondo
          A trar suoi giorni eterni
          Ne' spalancati averni:

               Vieni; e stringendo in lagrime
          L'insanguinata Croce,
          A Dio manda fra 'l gemito
          Pietosa innocua voce,
          Mentr'io per l'erbe intanto
          Di terror spargo un canto.

               Vedilo! È Dio che l'aere
          Sol con un braccio occupa,
          Ed accigliato spazia
          Entro tuonante e cupa
          Carca di piaghe nube,
          Mentre ai fulmini jube.

               Forse avverrà che al flebile
          Suono di tue parole
          A noi s'apra più splendido
          Di sua pietade il sole,
          E dall'olimpio trono
          Spanda mite perdono.

               Già di sterminio l'Angelo
          Su Morte accavalcato
          Punìa dell'empia Ninive
          Il delitto ostinato;
          Già vibrava furente
          Su lei brando rovete;

               Ma al suol sparsa di cenere
          Penitenza prostrosse,
          E squallida di Jehova
          L'augusta ira rimosse,
          Ed arrestò la mano
          Al feritor sovrano.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)
            Siamo composti con brani di morti
            uguali a città
            rifatte da macerie di secoli.

            Allora al comune bivacco eravamo
            tutti disperati e volevamo
            morire per sentirci più vivi.

            Non questo certo era l'augurio!
            La nuova parola è stata uccisa
            Dal piombo sulle bocche squarciate.

            Una mediazione invocavano morendo
            tra l'avvenimento grande e la sorte di ognuno,
            l'avvento attendevano dell'uomo umile.

            Ma noi rimpiangemmo le vecchie catene
            come il popolo ambiva nel deserto
            l'ossequio al re per le sicure ghiande:

            non vogliamo il rischio di essere liberi,
            il peso di dover decidere da noi
            e l'amore di farci poveri.

            Da sotterra urlano i morti
            e per le strade vanno
            come nell'ora dell'agonia di Cristo.

            Per le strade vagano i fratelli
            senza casa, liberi
            d'ogni ragione d'essere morti.

            La notte è simile al giorno
            Il bene al male s'eguaglia,
            spoglio quale una pianura d'inverno.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
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              Dopo un lungo silenzio

              Parole dopo lungo silenzio; è giusto
              Ogni altro amante allontanato o morto,
              La luce ostile della lampada velata,
              Le tendine abbassate sopra la notte ostile,
              Giusto che discutiamo e discettiamo
              Sul tema supremo dell'Arte e del Canto:
              Decrepitezza del corpo è saggezza;
              Giovani ci amavamo e eravamo ignoranti.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
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                Rovine

                Non è vero che hanno distrutto
                le case, non è vero:
                solo è vero in quel muro diruto
                l'avanzarsi del cielo

                a piene mani, a pieno petto,
                dove ignoti sognarono,
                o vivendo sognare credettero,
                quelli che son spariti…

                Ora aspetta all'ombra spezzata
                il gioco d'altri tempi,
                sopra i muri, nell'alba assolata,
                imitarne gli accenti….

                e nel vuoto, alla rondine, che passa.
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