Fra soavissimi fioretti un giorno Giaceano Amore e Venere, E mille Genii stavan d'intorno E mille Grazie tenere. Io con l'eburnea mia cetra al collo, Scarco di cure torbide, Passai con l'alma piena di Apollo Per quelle sedi morbide. A sè chiamatomi la gaja Diva, Con fiamma al labbro e al ciglio, Disse: Tua cetera canti giuliva La possa del mio figlio. Io pria con giubilo cantai d'Amore Su gli altri Dii le glorie; Soggiunsi poscia quai sul mio core Ei riportò vittorie. Si attente stavano le Grazie al canto, E que' Amorini amabili, Che s'obliarono d'essere accanto A' loro giochi instabili. Giuro per l'aurea chioma febea, Che più dell'onda livida Di Stigo io venero, vidi la Dea Farsi al cantar più vivida. E tu, o Licoride, non mai ti pieghi De' carmi al suon sensibile, Invan fra lagrime io canto e prieghi, Chè sempre so, inflessibile.
Gentile Nelae, tu al collo candido Lascia che scendano le chiome d'auro, E alle mie tempio adatta Sacro ad Apollo un lauro. Al suon armonico di nostre cetere Vengon su i Zefiri le Grazie tenere, Che per udir tua voce Abbandonano Venere. Esci dal semplice tetto pacifico, Dell'igneo Cintio s'ascose il raggio; E all'umid'ombra siedi Meco dell'ampio faggio. O bianca Nelae, non esser timida, In ore tacite fra bosco atrissimo Tu sai ch'io ti favello Sol d'un amor purissimo. Di noi la candida fia testimonio Luna che tacita irraggia l'aria; Nè la temer, ché anch'essa Amò il pastor di Caria. Ve' riscintillano nel viso garrulo Gli astri che fulgidi sembra che ridano, E perfin gli usignuoli Par che a noi soli arridano. Fanciulla amabile, canta i bei numeri. Ma qual per l'aere di velo a foggia Nube si stende? - ah certo Vicina è a noi la pioggia. Presto fuggiamoci dal negro turbine; Il tempo placido oh corno è instabile! Ah non vorrei che il fossi Tu pur, fanciulla amabile.
Vinsero gli anni: tu sperasti indarno Gloria fiammante pel guerriero brando: Vedila, langue di tuo nome in bando. E il volto ha scarno. Odio chi ammira di Filippo il germe Ch’ha morte al fianco devastando l'orbe, Fossa di polve col possente assorbe. Seco l'inerme. Tu cogli, amico, dal giardino umìle Frutta, ristoro d'indigente brama; Di gloria nostra degli eroi la fama Sarà più vile. E al mormorante serpeggiar di linfa, Al molle zirlo d'augellin su i rami Versi cantiamo che ripeter ami Tenera Ninfa.
Bella ch'osservi degli amanti i scherzi, E sorridendo, quando tutto dorme, Gli albi corsieri del tuo carro sferzi, Diva triforme; Spandi nel seno dei cantor pudico Candido raggio svegliator di modi, Ch'ei te mirando sopra un colle aprico Dirà tue lodi. Splendi tu dolce nel mio sen qual splende Della mia Clori la beante faccia, Che delle Grazie le virginee bende Al petto allaccia. Più di Ciprigna venerabil sei A me, o possente nel ferir le belve, Ch'offri riposo del pensieri miei Nelle tuo selve. Possa io mirarti fra le selve care Quando passeggia con tue ninfe Aprile; Ch'io ti prometto sul tuo casto altare Cerva gentile.
Le bionde Grazie schiusero Al ghirlandato aprile Le verdi porte, e mancavi De' fiori il più gentile? Con le sue mani ambrosie L'innamorata Aurora Dal Cielo umor freschissimo Per lui non sparse ancora? Tu, fior splendente e semplice Come la mia vezzosa, Tu fra le spine floride Ancor non spunti, o Rosa. Mentre vedeati sorgere Il gajo Anacreonte Inni t'ergea cingendosi Di te la calva fronte. E in mezzo a danze e giubilo L'altrui chiamava aita Onde cantar tua morbida Foglia agli Iddii gradita. Tu sei trofeo di tenere Grazie, sei giuoco, o Rosa, D'amor nei giorni floridi A Citerea scherzosa. E che fia mai d'amabile Senza il bel fiore? infine Le Ninfe han braccia rosee, L'Alba le dita e il crine. Così cantava il vecchio Tejo poeta; Amore Dettava i carmi, memore Di te suo caro fiore. E a noi sei caro: immagine Tu delle guance sei Di Lei che tien l'imperio Su tutti gli atti miei. Di Lei che bella e fulgida In sua bellezza or viene, Che con un sguardo sforzami Baciar le mie catene. Ma sorgi ormai, purpuree Bel fiorellino, sorgi; Tu alla mia dolce vergine Gaja ghirlanda porgi. Su le sue chiome d'auro Tanto sarà più vaga Quanto vicino al latteo Seno che gli occhi impiaga. Deh! sorgi, o fior! l'armonico Plettro ch'Amor risuona Da tuo fragranti foglie Gentile avrà corona. E a questo sen medesimo Io ti porrò, bel fiore, Come verace effigie D'un innocente core.
Or tra i romiti boschi Men vo, ma porto scolto Il tuo vezzoso volto In mezzo a questo sen. Fida ti serba: addio, Tenera Cloe, ben mio, Ah! D'un fedele amante, Cara, rammenta almen. Gorgheggeran gli augelli Fra l'inquïete frondi; O cara, ove t'ascondi? Io griderotti allor. Ah! mi parrà ogni cosa L'amica mia vezzosa, Ma tu rammenta almeno Il più fedele amor. Verrassi un venticello, E con pietosi giri Dirammi: Son sospiri Questi del fido ben. Ma fuggirà l'inganno, Sospiri non saranno; Chè forse non rammenti Il nome mio nemmen. Pastori e forosette Verran con faccia lieta, E al primo lor poeta Diran: Deh! Canta amor! Io mescerò frattanto À mesti versi il pianto, Ma tu rammenta almeno Un infelice ardor. Se nol rammenti, ah! Cloe, Rammentati ch'Amore È meco a tutte l'ore, E squarciami ogni vel; Dirà se tu sè amante, Dirà se sè incostante, E dir saprà se ognora Tu mi sarai fedel. Ma di te, dolce amica, Stolto, diffido invano, Chè benché in suol lontano Mi serberai nel sen. Cos'io ti serbo. Addio, Tenera Cloe, ben mio: Ah! Del più fido amante, O Cloe, rammenta almen.
Odi de' versi miei, O pastorella, il suono, E ti prometto in dono Un nastro porporin. Venne fra' boschi tuoi A soggiornar la bella? E lei, se a lei saltella Vicino un agnellin. Conoscer tu la puoi Dalle sue biondo chiome... Ma dir vorresti: E come Vestita qui sen va? Odi: qual te s'ammanta D'un gonnellin leggiero, Chè lascia il fasto altero All'invida città. Ha leggiadretto il labbro, Neri e focosi i lumi, Ha placidi i costumi E gli atti al par di te. Già la conosci: or vanno A lei correndo, e dille: Fille, vezzosa Fille, Elpin ti chiama a sè. Elpin? dirà... Sì Elpino, Tu le rispondi, e ascoso Là fra quel bosco ombroso Te sola attende Elpin. Vanne: già udisti quanto, O pastorella, aspetto, E in dono ti prometto Un nastro porporin.
Il Fratellin vezzoso, Sempre tu piangi, ei dice; Tenera età felice Che non conosco amor! Ma ben verran quegli anni, Che il Fratellin vezzoso Non troverà riposo Nel passionato cor. Quel roseo volto, i guardi Sì vivi e sì innocenti Li mirerò dolenti In atto di pietà. Allor dirò: i miei pianti, Quand'eri pargoletto, Eran d'amore effetto, Effetto di beltà.
Non de' cantati secoli Invidio i giorni aurati: Purché tu il voglia, vivere Potremo i dì beati. Tu m'ami, io t'amo; un docile Legame ambo ci annoda; Tu me non credi instabile, Da te non temo io froda. Così gioia con Melide Il Pastorello un giorno Clio per sentiero incognito La trasse a rio soggiorno. Ma deh! ch'il puoi, l'immagini Lascia di moda, e ognora Sol di piacer desidera A chi solo t'adora. Bella tu sei, più candida Non fin che tu sia mai, S'anco ti desse Cinzio I fulgidi suoi rai. D'Amor, di Fe, di Venere Antica è pur la face, Ma nuova è ancor che amabile, E nuovo è ciò che piace. Mentre, il cantor di Cintia Seco ad amar l'invita, Le dice.- Amor è semplice, Odia beltà mentita. Negletta è ver, ma lucida La chioma è di Nerea; Tu incolta sembri Pallade, Colta non sembri Dea. Cresce la rosa, e innostrasi Fresca da sè soltanto; Più dolce è senza artefice Degli augellini il canto. Pari alla Dive olimpie Elena ergea la chiome, Ma ognor fra gli uomin d'Elena Vive esecrato il nome. Non perch'io tema o tenera Amica, di tua fede: In sì bel volto ingenuo La purità risiede. Risiede sì; ma candida Di fregio altro non cura; Ed ha ragion, ché vendica I dritti suoi natura.
Ferma, che fai? l'incauto Piede ritira, e ascolto Porgi ad un labbro ingenuo Fino ch'il giogo hai sciolto. Non fremi ancor? Ahi misera! Il precipizio è aperto; Mira lo scritto ferreo: Alto infortunio e certo Già semi-spenta lampada Luce all'orror funèbre, E mostra assai più orribili L'orribili tenèbre. Romito è il duol; le lagrime Grondano ognor dirotte, E sol fra veglie scorrono L'ombre d'odiata notte. Di', che farai? Già echeggiano Le tombe, e i santi altari Sol di singulti flebili, Solo di voti amari. Regna il digiuno; ei stringere Aspro flagel tu vedi; Pur disperato e languido Geme dell'are ai piedi. Gemi tu pure; e il gemito Ch'a me su l'alma piomba, Ah! t'aprirà cinerea Troppo immatura tomba. Se or non ti penti, ahi misera! Fia il pentimento tardo; Odi, tel dice squallida L'amica d'Abelardo. Vedi Eloisa: assidesi Su scanno nero e scabro, E bevo le sue lagrime Collo sfiorito labro. Abbi rispetto, o infausto Amor, abbi rispetto A quel tetro silenzio Che mi dilania il petto: Ella sì grida; e tacita Prende la penna in mano, E alfine ardisce scrivere Ad amator profano. Ah scrivi! ah scrivi! un barbaro Non è dell'alme Dio, Te involontaria vittima L'altrui barbarie offrio. Sull'ara augusta e candida Arse l'incenso impuro; Tremàr i cerei e il tempio A quel tremendo giuro. Ma tu, Eloisa tenera, No, non temer; conosco D'un cor sforzato a piangere Dio le proterve angosce. Tema flagello vindice Chi sè spontaneo gli offre, E gli ermi dì funerei Con pago cor non soffre. Ecco il tuo fato; in braccio Per sempre a lui ti getta, Ma di'? vedrai tu intrepida L'affanno che t'aspetta? Riedi e ne godi: o il debile Tuo collo al giogo appresta; Ma trema; Iddio si vendica Del cor che lo calpesta