Poesie d'Autore


Scritta da: Silvana Stremiz
in Poesie (Poesie d'Autore)

Alla primavera

Perché i celesti danni
Ristori il sole, e perché l'aure inferme
Zefiro avvivi, onde fugata e sparta
Delle nubi la grave ombra s'avvalla;
Credano il petto inerme
Gli augelli al vento, e la diurna luce
Novo d'amor desio, nova speranza
Nè penetrati boschi e fra le sciolte
Pruine induca alle commosse belve;
Forse alle stanche e nel dolor sepolte
Umane menti riede
La bella età, cui la sciagura e l'atra
Face del ver consunse
Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti
Di febo i raggi al misero non sono
In sempiterno? Ed anco,
Primavera odorata, inspiri e tenti
Questo gelido cor, questo ch'amara
Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?
Vivi tu, vivi, o santa
Natura? Vivi e il dissueto orecchio
Della materna voce il suono accoglie?
Già di candide ninfe i rivi albergo,
Placido albergo e specchio
Furo i liquidi fonti. Arcane danze
D'immortal piede i ruinosi gioghi
Scossero e l'ardue selve (oggi romito
Nido dè venti): e il pastorel ch'all'ombre
Meridiane incerte ed al fiorito
Margo adducea dè fiumi
Le sitibonde agnelle, arguto carme
Sonar d'agresti Pani
Udì lungo le ripe; e tremar l'onda
Vide, e stupì, che non palese al guardo
La faretrata Diva
Scendea nè caldi flutti, e dall'immonda
Polve tergea della sanguigna caccia
Il niveo lato e le verginee braccia.
Vissero i fiori e l'erbe,
Vissero i boschi un dì. Conscie le molli
Aure, le nubi e la titania lampa
Fur dell'umana gente, allor che ignuda
Te per le piagge e i colli,
Ciprigna luce, alla deserta notte
Con gli occhi intenti il viator seguendo,
Te compagna alla via, te dè mortali
Pensosa immaginò. Che se gl'impuri
Cittadini consorzi e le fatali
Ire fuggendo e l'onte,
Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime
Selve remoto accolse,
Viva fiamma agitar l'esangui vene,
Spirar le foglie, e palpitar segreta
Nel doloroso amplesso.
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    Scritta da: Silvana Stremiz
    in Poesie (Poesie d'Autore)

    La quiete dopo la tempesta

    Passata è la tempesta:
    Odo augelli far festa, e la gallina,
    Tornata in su la via,
    Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
    Rompe là da ponente, alla montagna;
    Sgombrasi la campagna,
    E chiaro nella valle il fiume appare.
    Ogni cor si rallegra, in ogni lato
    Risorge il romorio
    Torna il lavoro usato.
    L'artigiano a mirar l'umido cielo,
    Con l'opra in man, cantando,
    Fassi in su l'uscio; a prova
    Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
    Della novella piova;
    E l'erbaiuol rinnova
    Di sentiero in sentiero
    Il grido giornaliero.
    Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
    Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
    Apre terrazzi e logge la famiglia:
    E, dalla via corrente, odi lontano
    Tintinnio di sonagli; il carro stride
    Del passeggier che il suo cammin ripiglia.
    Si rallegra ogni core.
    Sì dolce, sì gradita
    Quand'è, com'or, la vita?
    Quando con tanto amore
    L'uomo à suoi studi intende?
    O torna all'opre? O cosa nova imprende?
    Quando dè mali suoi men si ricorda?
    Piacer figlio d'affanno;
    Gioia vana, ch'è frutto
    Del passato timore, onde si scosse
    E paventò la morte
    Chi la vita abborria;
    Onde in lungo tormento,
    Fredde, tacite, smorte,
    Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
    Mossi alle nostre offese
    Folgori, nembi e vento.
    O natura cortese,
    Son questi i doni tuoi,
    Questi i diletti sono
    Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
    È diletto fra noi.
    Pene tu spargi a larga mano; il duolo
    Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto
    Che per mostro e miracolo talvolta
    Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
    Prole cara agli eterni! Assai felice
    Se respirar ti lice
    D'alcun dolor: beata
    Se te d'ogni dolor morte risana.
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      Scritta da: Silvana Stremiz
      in Poesie (Poesie d'Autore)

      Il sabato del villaggio

      La donzelletta vien dalla campagna,
      In sul calar del sole,
      Col suo fascio dell'erba; e reca in mano
      Un mazzolin di rose e di viole,
      Onde, siccome suole,
      Ornare ella si appresta
      Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
      Siede con le vicine
      Su la scala a filar la vecchierella,
      Incontro là dove si perde il giorno;
      E novellando vien del suo buon tempo,
      Quando ai dì della festa ella si ornava,
      Ed ancor sana e snella
      Solea danzar la sera intra di quei
      Ch'ebbe compagni dell'età più bella.
      Già tutta l'aria imbruna,
      Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
      Giù dà colli e dà tetti,
      Al biancheggiar della recente luna.
      Or la squilla dà segno
      Della festa che viene;
      Ed a quel suon diresti
      Che il cor si riconforta.
      I fanciulli gridando
      Su la piazzuola in frotta,
      E qua e là saltando,
      Fanno un lieto romore:
      E intanto riede alla sua parca mensa,
      Fischiando, il zappatore,
      E seco pensa al dì del suo riposo.
      Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
      E tutto l'altro tace,
      Odi il martel picchiare, odi la sega
      Del legnaiuol, che veglia
      Nella chiusa bottega alla lucerna,
      E s'affretta, e s'adopra
      Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.
      Questo di sette è il più gradito giorno,
      Pien di speme e di gioia:
      Diman tristezza e noia
      Recheran l'ore, ed al travaglio usato
      Ciascuno in suo pensier farà ritorno.
      Garzoncello scherzoso,
      Cotesta età fiorita
      È come un giorno d'allegrezza pieno,
      Giorno chiaro, sereno,
      Che precorre alla festa di tua vita.
      Godi, fanciullo mio; stato soave,
      Stagion lieta è cotesta.
      Altro dirti non vò; ma la tua festa
      Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.
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        Scritta da: Silvana Stremiz
        in Poesie (Poesie d'Autore)

        Alla sua donna

        Cara beltà che amore
        Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,
        Fuor se nel sonno il core
        Ombra diva mi scuoti,
        O nè campi ove splenda
        Più vago il giorno e di natura il riso;
        Forse tu l'innocente
        Secol beasti che dall'oro ha nome,
        Or leve intra la gente
        Anima voli? O te la sorte avara
        Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?
        Viva mirarti omai
        Nulla spene m'avanza;
        S'allor non fosse, allor che ignudo e solo
        Per novo calle a peregrina stanza
        Verrà lo spirto mio. Già sul novello
        Aprir di mia giornata incerta e bruna,
        Te viatrice in questo arido suolo
        Io mi pensai. Ma non è cosa in terra
        Che ti somigli; e s'anco pari alcuna
        Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,
        Saria, così conforme, assai men bella.
        Fra cotanto dolore
        Quanto all'umana età propose il fato,
        Se vera e quale il mio pensier ti pinge,
        Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora
        Questo viver beato:
        E ben chiaro vegg'io siccome ancora
        Seguir loda e virtù qual nè prim'anni
        L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse
        Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;
        E teco la mortal vita saria
        Simile a quella che nel cielo india.
        Per le valli, ove suona
        Del faticoso agricoltore il canto,
        Ed io seggo e mi lagno
        Del giovanile error che m'abbandona;
        E per li poggi, ov'io rimembro e piagno
        I perduti desiri, e la perduta
        Speme dè giorni miei; di te pensando,
        A palpitar mi sveglio. E potess'io,
        Nel secol tetro e in questo aer nefando,
        L'alta specie serbar; che dell'imago,
        Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.
        Se dell'eterne idee
        L'una sei tu, cui di sensibil forma
        Sdegni l'eterno senno esser vestita,
        E fra caduche spoglie
        Provar gli affanni di funerea vita;
        O s'altra terra nè superni giri
        Frà mondi innumerabili t'accoglie,
        E più vaga del Sol prossima stella
        T'irraggia, e più benigno etere spiri;
        Di qua dove son gli anni infausti e brevi,
        Questo d'ignoto amante inno ricevi.
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          Scritta da: Silvana Stremiz
          in Poesie (Poesie d'Autore)

          Passero solitario

          D'in su la vetta della torre antica,
          Passero solitario, alla campagna
          Cantando vai finché non more il giorno;
          Ed erra l'armonia per questa valle.
          Primavera dintorno
          Brilla nell'aria, e per li campi esulta,
          Sì ch'a mirarla intenerisce il core.
          Odi greggi belar, muggire armenti;
          Gli altri augelli contenti, a gara insieme
          Per lo libero ciel fan mille giri,
          Pur festeggiando il lor tempo migliore:
          Tu pensoso in disparte il tutto miri;
          Non compagni, non voli,
          Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;
          Canti, e così trapassi
          Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.
          Oimè, quanto somiglia
          Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
          Della novella età dolce famiglia,
          E te german di giovinezza, amore,
          Sospiro acerbo dè provetti giorni,
          Non curo, io non so come; anzi da loro
          Quasi fuggo lontano;
          Quasi romito, e strano
          Al mio loco natio,
          Passo del viver mio la primavera.
          Questo giorno ch'omai cede alla sera,
          Festeggiar si costuma al nostro borgo.
          Odi per lo sereno un suon di squilla,
          Odi spesso un tonar di ferree canne,
          Che rimbomba lontan di villa in villa.
          Tutta vestita a festa
          La gioventù del loco
          Lascia le case, e per le vie si spande;
          E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.
          Io solitario in questa
          Rimota parte alla campagna uscendo,
          Ogni diletto e gioco
          Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
          Steso nell'aria aprica
          Mi fere il Sol che tra lontani monti,
          Dopo il giorno sereno,
          Cadendo si dilegua, e par che dica
          Che la beata gioventù vien meno.
          Tu, solingo augellin, venuto a sera
          Del viver che daranno a te le stelle,
          Certo del tuo costume
          Non ti dorrai; che di natura è frutto
          Ogni vostra vaghezza.
          A me, se di vecchiezza
          La detestata soglia
          Evitar non impetro,
          Quando muti questi occhi all'altrui core,
          E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
          Del dì presente più noioso e tetro,
          Che parrà di tal voglia?
          Che di quest'anni miei? Che di me stesso?
          Ahi pentirommi, e spesso,
          Ma sconsolato, volgerommi indietro.
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            Scritta da: Silvana Stremiz
            in Poesie (Poesie d'Autore)

            L'Infinito

            Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
            e questa siepe, che da tanta parte
            dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
            Ma sedendo e mirando, interminati
            spazi di là da quella, e sovrumani
            silenzi, e profondissima quiete
            io nel pensier mi fingo; ove per poco
            il cor non si spaura. E come il vento
            odo stormir tra queste piante, io quello
            infinito silenzio a questa voce
            vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
            e le morte stagioni, e la presente
            e viva, e il suon di lei. Così tra questa
            immensità s'annega il pensier mio:
            e il naufragar m'è dolce in questo mare.
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              Scritta da: Silvana Stremiz
              in Poesie (Poesie d'Autore)

              A Silvia

              Silvia, rimembri ancora
              quel tempo della tua vita mortale,
              quando beltà splendea
              negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
              e tu, lieta e pensosa, il limitare
              di gioventù salivi?

              Sonavan le quiete
              stanze, e le vie dintorno,
              al tuo perpetuo canto,
              allor che all'opre femminili intenta
              sedevi, assai contenta
              di quel vago avvenir che in mente avevi.
              Era il maggio odoroso: e tu solevi
              così menare il giorno.

              Io gli studi leggiadri
              talor lasciando e le sudate carte,
              ove il tempo mio primo
              e di me si spendea la miglior parte,
              d'in su i veroni del paterno ostello
              porgea gli orecchi al suon della tua voce,
              ed alla man veloce
              che percorrea la faticosa tela.
              Mirava il ciel sereno,
              le vie dorate e gli orti,
              e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.
              Lingua mortal non dice
              quel ch'io sentiva in seno.

              Che pensieri soavi,
              che speranze, che cori, o Silvia mia!
              Quale allor ci apparia
              la vita umana e il fato!
              Quando sovviemmi di cotanta speme,
              un affetto mi preme
              acerbo e sconsolato,
              e tornami a doler di mia sventura.
              O natura, o natura,
              perché non rendi poi
              quel che prometti allor? Perché di tanto
              inganni i figli tuoi?

              Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,
              da chiuso morbo combattuta e vinta,
              perivi, o tenerella. E non vedevi
              il fior degli anni tuoi;
              non ti molceva il core
              la dolce lode or delle negre chiome,
              or degli sguardi innamorati e schivi;
              né teco le compagne ai dì festivi
              ragionavan d'amore.

              Anche peria tra poco
              la speranza mia dolce: agli anni miei
              anche negaro i fati
              la giovanezza. Ahi come,
              come passata sei,
              cara compagna dell'età mia nova,
              mia lacrimata speme!
              Questo è quel mondo? Questi
              i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi
              onde cotanto ragionammo insieme?
              Questa la sorte dell'umane genti?
              All'apparir del vero
              tu, misera, cadesti: e con la mano
              la fredda morte ed una tomba ignuda
              mostravi di lontano.
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                Scritta da: Silvana Stremiz
                in Poesie (Poesie d'Autore)

                Fanciulletta bella

                Di giovinezza, Fanciulletta bella,
                Dal tuo bel petto spira fresco odore,
                E da quei labbri con gentil favella
                Sol parla Amore.
                     Vaga è tua mano; ma più vaga allora
                Che a puro bacio facile s'arrende,
                E allor ch'ai crini della gaja Flora
                Cinge le bende.
                     Questi mi detta dolci carmi Apollo,
                Se mai t'ascolta, Fanciulletta bella,
                Sparger di canti con la cetra al collo
                Iblea favella.
                     Canta, deh! canta; scenderan da Paffo
                Ad ascoltarti con l'orecchie amanti
                Quei stessi Amor che della mesta Saffo
                Pianser ai canti.
                     Io son, diceva, bella Dea di Gnido,
                La giovinetta cui Faon non cura,
                Per lui sol piango, mentre in ogni lido
                Ride natura.
                     Madre del riso, dal beante seno,
                Me ch'al tuo nume sempre altari alzai,
                Me ch'arsi incenso d'inni e laudi pieno,
                Or traggo guai.
                     Siegui di Lesbo la soave Musa,
                Ma scherza, e fuggi lagrimose note,
                Giacché domarti l'almo Dio ricusa,
                Perché nol puote.
                     Che val sui fogli con cipiglio tristo
                Perdere i giorni che tornar non ponno,
                E violare per un vano acquisto
                I dritti al sonno?
                     Nata agli Amori, le scïeuti carte
                Abbandonando, sol la cetra tocca:
                Chè di bei carmi la difficil arte
                Ti siede in bocca.
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                  Scritta da: Silvana Stremiz
                  in Poesie (Poesie d'Autore)

                  Vassi rapido il tempo

                  Vassi rapido il tempo, e al tempo il duolo
                  Della cadente età tosto succede;
                  Godiamo, amici: de' piacer lo stuolo
                  Passa e non riede.
                       Assisi a umili ma contenti deschi
                  Colmiam le tazze di soave vino;
                  Altri fra l'armi follemente treschi
                  Col suo destino.
                       Audace troppo dell'iniqua corte
                  Nell'onde si scatena il nembo fosco;
                  Da noi si cerchi più beata sorte
                  In mezzo a un bosco.
                       Se piange un infelice, il mesto pianto
                  Tosto da noi si asciughi e si consoli;
                  Chi non esulta delle Muso al canto
                  A noi s'involi.
                       Bell'è l'Amor, egli al piacer c'invita;
                  Dunque Ninfa che agli occhi e all'alma piace
                  Sia della nostra fuggitiva vita
                  Conforto e pace.
                       Vassi rapido il tempo, e al tempo il duolo
                  Della cadente età tosto succede;
                  Godiamo, amici: de' piacer lo stuolo
                  Passa e non riede.
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                    Scritta da: Silvana Stremiz
                    in Poesie (Poesie d'Autore)

                    Irene candida

                    Irene candida, lascia le piume,
                    T'affretta a cogliere leggiadri fiori
                    Or ch'Alba fulgida spande il suo lume
                    Co' nuovi albori.
                         In mezzo agli alberi d'accanto il fonte
                    Vedrai tu sorgere bei gelsomini;
                    Li cogli, e adornati del vago fronte
                    i vaghi crini.
                         Mentre innoltravasi col gajo aprile
                    Soave Zefiro là fur piantati,
                    Da me alla morbida tua man gentile
                    Poscia serbati.
                         Il graziosissimo tuo cestellino
                    Empi di mammole e di viole;
                    Ma, bene badami, sfiora il giardino
                    Prima del Sol
                         Indi, sovvengati, Fanciulla mia,
                    Che voglio un bacio al tuo ritorno,
                    Nè vo' che al solito tu me lo dia
                    Un altro giorno.
                         Chè questo amabile giorno mai viene,
                    E se anche in seguito così faremo,
                    Gli anni andran rapidi, nè un giorno, o Irene,
                    Goduto avremo.
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